
Quando osserviamo ciò che accade, quello che chiamano "il quel che è" abbiamo l'impressione che tutto quanto percepiamo è lì davanti a noi, separato da noi, un pò diversamente rileviamo invece le percezioni che hanno origine da stimoli interni (pensieri, emozioni) nonostante tutto però anche queste percezioni ci appaiono, alla fine, separate da noi (vedi infatti gli innumerevoli tentativi di rifiuto che facciamo nei confronti delle emozioni sgradite da cui vogliamo prendere le distanze).
In parole povere sembra che tutto quanto percepiamo ci "accade" come una sorte di tanti stimoli che noi rileviamo!
In realtà non è così, riflettiamo un pò:
- nel momento preciso che sentiamo una musica questa è dentro o fuori di noi?
E' già dentro di noi, fa parte già del nostro essere poichè lo stimolo sonoro esterno è stato in precedenza rilevato, trasmesso al cervello e da esso interpretato ed assorbito così trasformato da noi per essere "consapevolmente" percepito.
- quando percepiamo un'emozione, questa ci piomba tra "capo e collo" all'improvviso?
Senz'altro no essa è la reazione emotiva del nostro essere (in base al nostro equilibrio e modo di essere) ai complessi meccanismi psicoemozionali che la promuovono! Per cui uno stato di preoccupazione mostra chi e come siamo e nulla possiamo fare, nel momento che ci prende, per allontanarci da esso, perchè tale emozione siamo noi stessi!
Nonostante abbiamo compreso ciò, noi continuiamo a considerarci separati dalle sensazioni fisiche e dalle emozioni, rifiutando tutto quanto ci è sgradito e spesso esaltando quanto ci è gradito.
Così facendo la nostra visione percepisce noi come osservatori fortemente identificati nei propri problemi (pur se li rifiutiamo) e quanto ci accade la cosiddetta "cosa osservata" come oggetto separato da noi nella realtà che avvertiamo intorno a noi.
Ora proviamo [anche se forse ci riusciamo solo per pochi attimi perchè non siamo allenati a farlo] a porci nel quadro di vita che stiamo osservando in una prospettiva posta all'esterno del nostro corpo (facciamo cioè una forzatura della mente a considerarsi come una 2° persona) cosa vediamo?
Il nostro essere poco più avanti del nostro punto di osservazione insieme a tutto quanto fa parte di ciò che stiamo osservando da tale punto.
Che sensazione proviamo ad immaginare ciò in estemporanea?
La cosa che rileviamo subito è che il nostro essere [cioè noi stessi] è insieme a tutto il resto!
E allora chi è che osserva? Nella letteratura di questo genere di asserzioni si risponde solitamente:
nessuno.....
Perchè l'osservatore non esiste!
Prima però di dire questo bisogna comprendere tante altre cose, perciò dimenticate per il momento tale risposta altrimenti essa sarà fuorviante.
Diciamo che il nostro essere è capace di andare al di là dello spazio (e del tempo) e quindi di autosservarsi nel "tutto".
Se riusciamo a fare ciò cambia tutto il nostro modo di percepire e quindi la consapevolezza di una percezione "diversa" dal solito.
Se poi ci autosserviamo anche quando arriva una emozione, accade una cosa ancora più rilevante, quella separazione tanto desiderata (per le emozioni sgradite) si appalesa davanti al nostro senso psicoemozionale di percezione.
In pratica, pur se difficile da attuare se non lo si è mai fatto, il tono turbativo dell'emozione cala tantissimo poichè dalla nostra prospettiva di osservazione l'osservatore e la cosa osservata (in questo caso l'emozione sgradita) ci appaiono insieme, noi percepiamo non più l'emozione come qualcosa da cui fuggire o rifiutare ma come qualcosa che è parte dell'osservatore stesso, tale tutt'uno inscindibile così osservato si appalesa alla nostra percezione psicoemozionale senza più turbarci.
Ricollegandoci a quanto detto sopra comprendiamo che scavalcando la separazione che si instaura con il considerare un osservatore ed una cosa osservata, la fusione delle due cose è difficile da considerare se rimaniamo nella nostra consueta posizione di osservatore, quindi poniamoci su di un altro piano, passiamo cioè da osservatore "mentale" (cioè figura creata dalla mente in una sorte di sdoppiamento del sè in parte percettiva e parte percepita) ad osservatore "spirituale" cioè prefiguriamo una componente super parte, senza limiti fisici e quindi spaziotemporali, come chi come tale osserva solo senza poter modificare ciò che osserva, poichè non si muove in ambiti materiali ma alla fine può influire sulla mente-corpo affinchè questa eserciti solo la sua funzione strumentale nel nostro essere e non da protagonista come quasi sempre accade.
Una sorte di disidentificazione: sentirsi nel ruolo principale come anima spirituale viaggiatrice nei limiti spaziotemporali della materia grazie alla mente ed al corpo, dove questi rimangono strumenti e non soggetti principali del nostro essere.
In tale ruolo di osservatore ultimo possiamo porci solo se tale disidentificazione è forte fino al punto di recuperare la piena libertà ed autocontrollo al disopra delle illusorietà della mente e dei limiti del corpo.
Cosa vediamo arrivati a questo punto? O meglio cosa percepiamo?
Senso di libertà e leggerezza del'essere, inesistenza dei legami che solitamente ci tengono bloccati, estrema sensibilità verso la natura e gli uomini, visione superiore dei valori umani, senso rallentato dello scorrere del tempo, abbandono totale alle forze spirituali superiori, più elevate di noi, fino al contatto col Divino.
Perdita del senso limitato delle cose materiali ed inebriamento negli "spazi" illimitati di di tutto ciò che è!
Ciò che è possibile percepire nella prospettiva dell'osservatore ultimo può dirlo solo chi è arrivato a tale tipo di consapevolezza di tipo quantico.
Spesso però la barriera è sottile, vi sono degli sconfinamenti, specie quando siamo soliti lambire i confini tra il percepire limitato della mente ed il percepire ultrasensibile dell'anima.
foto di Eric Perrone
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